Jean-François Millet – L’Angelus – 1857

Jean-François Millet – L’Angelus – 1857

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Jean-François Millet – L’angelus – 1857

Visibile fino al 24 gennaio 2016, “L’angelus” di Jean-François Millet è esposto in Palazzo Strozzi a Firenze nella mostra “Bellezza Divina” che raccoglie oltre a questo, altri interessanti autori con opere già conosciute in tutto il mondo.

Tra tutte, “L’Angelus” di Millet, dipinto nel 1857, appare minuscolo nella sua cornice dorata 55,5×66 cm, ma è un punto cardine dell’Arte contemporanea, la chiave di volta di una nuova via intrapresa dalla pittura che ha portato alla scoperta di cromatismi rivoluzionari fino ad allora impensabili.

Come può Jean-François Millet aver fatto tutto questo, aver innescato una tale rivoluzionaria potenza espressiva in una tela così piccola?

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Courbet – LAtelier Du Peintre – 1854

Esteticamente apprezzabile, non è paragonabili alle tele gigantesche di altri artisti suoi contemporanei, regolate da composizioni ingegnose studiate per mesi, levigate nello stile, perfette come può esserlo Ingres, sentitamente descrittive come lo sono le opere realiste di Courbet.

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Hippolyte Delaroche – Emiciclo Della Scuola Di Belle Arti

Jean-François Millet (1814-1875), nacque in una frazione di Grèville, paesino della Normandia sul Mare Del Nord. Primo di otto fratelli, era di famiglia contadina, molto religiosa. La predisposizione alla pittura cambiò la sua condizione anche se cominciò a studiare pittura e disegno solo all’età di 19 anni. Nel 1837, vinse una borsa di studio che lo portò a Parigi, all’Accademia di Beux Arts dove fu allievo di Paul Delaroche, uno dei più influenti maestri del tempo, eccelso pittore dalle atmosfere romantiche, in competizione con i maggiori talenti contemporanei come Delacroix, Ingres, Gericault.

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Jean Louis Theodore Gericault – La Barca Della Medusa – 1819

Dalla seconda moglie ebbe nove figli.

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Jean François Millet – Il Vagliatore – 1848

Nel 1848 ebbe i primi clamorosi riconoscimenti pubblici con il dipinto “Il Vagliatore”, ma è dell’anno dopo la svolta esistenziale che cambiò la sua visione artistica. Nel 1849 si trasferì a Barbizon presso la foresta di Fontainebleau nel mezzo della Francia, lì assieme ad altri colleghi tra cui l’inarrivabile pittore “en plein air” Jean-Baptiste Camille Corot (1796-1875), fondò quella che fu chiamata “Scuola di Barbizon”. Assieme a loro, caposcuola fu anche Pierre Étienne Théodore Rousseau (1812-1867).

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Jean-Baptiste Camille Corot – I Contrabbandieri

Rifugiatisi nel piccolo albergo di padre Ganne, si dedicarono allo studio della natura con pennellate vivaci e fresche, escludendo l’uso del chiaroscuro e il disegno accademico ma lasciando spazio alla sensazione che la fluidità della pennellata può dare nel ricreare più liberamente i contrasti di luce e le varianti cromatiche della vegetazione, sempre tenendo fede ad un realismo rigoroso di base.

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Pierre Étienne Théodore Rousseau – La Foresta Di Fontainebleau – 1867

La Scuola di Barbizon ebbe grande fortuna, il suo stile si diffuse al punto che negli anni seguenti anche altri pittori, poi divenuti famosi nelle file dell’Impressionismo come Monet e Renoir, soggiornarono in quei luoghi in una sorta di pellegrinaggio ispiratore.

La morbidezza della pennellata, la vena romantica che filtrava dalle fronde nascoste nel sottobosco, la libera interpretazione di ogni singolo ramo che lasciava al pittore la scelta dell’enfasi con cui descriverlo, fecero dei lavori di questo manipolo di pittori francesi, un irresistibile polo attrattivo che per lungo tempo esercitò grande influenza sulla pittura ottocentesca, arrivando a riecheggiare oltre oceano in quella che fu poi chiamata “scuola americana di Barbizon”.

All’interno di questo fermento artistico confluito in una località ben precisa, Millet crebbe tra le influenze degli altri pittori in costante confronto estetico, introducendo quelli che sono i suoi temi imprescindibili e, primo tra tutti, inserì nei suoi paesaggi, umili personaggi, contadini, pastori, continuando a studiare il rapporto natura-uomo, luce-colore fino alla morte che lo colse appunto a Barbizon.

Ma Millet, a differenza dei colleghi, sbaragliò la concorrenza sul piano innovativo nel mezzo dell’’800 con una minuscola tela, “L’Angelus”, anche se in verità, pochi se ne accorsero.

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Jean-François Millet – L’angelus – 1857

Furono veramente pochi quelli che arrivarono subito a comprendere dove Millet si stava avventurando, a scavare oltre la grandezza del suo virtuosismo pittorico, delle composizioni curate e interessantissime, della pennellata magistrale per arrivare a carpirne l’idea di una nuova concezione cromatica che faceva capolino come un sole in Inverno tra il nero delle nuvole.

Ovviamente, tutti i più grandi pittori del tempo ne avvertirono la potenza, soprattutto quelli che poi sarebbero diventati gli Impressionisti, ma ancora prima di loro, fu Van Gogh a rimanere abbagliato da tanta luce geniale e assunse “L’Angelus” di Millet a punto focale da cui partire anzi, proseguire la sua ricerca pittorica.

Il pittore olandese forse fu attratto in un primo momento solo dal soggetto del quadro di Millet, dai due contadini che, sospeso il duro lavoro dei campi, si fermano a pregare al tocco delle campane del vespro, una scena così perfettamente incastonabile nella sua psicologia, così vicino alla sua esistenza di predicatore e uomo vicino alla gente del volgo.

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L’Angelus di Millet – Disegno a matita di Vincent Van Gogh

Van Gogh ne volle fare diversi studi a matita che sono giunti fino a noi. Ma è possibile che invece avesse già notato la particolarità della descrizione paesaggistica dell’ora vespertina e la meravigliosa resa cromatica di Millet, quindi i suoi studi, anche se in bianco e nero, sarebbero stati già improntati ad avere una padronanza schiaroscurale delle luci ed ombre per poi gestirle al massimo con i colori ad olio.
La versione ad olio non è mai stata trovata, è probabile che non sia mai stata fatta, Van Gogh, aveva una predilezione maniacale per la pittura dal vivo.

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Vincent Van Gogh – Coltivatori Di Patate

Van Gogh dipinse molti quadri in cui contadini e coltivatori di patate erano i soggetti come nei quadri di Millet e lo stesso “Seminatore” del 1889, è ripreso nella posa dal “Seminatore“ di Millet del 1850.
La sua ammirazione per Millet era sconfinata.

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Millet – Seminatore – 1850 ——————————- Van Gogh – Seminatore -1889

Cosa aveva visto Vincent Van Gogh nel piccolo quadro di Millet?

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Jean-François Millet – Donna Che Fila – 1855

Jean-François Millet nel 1855 dipinse “Donna Che Fila”, opera dove dimostrava una morbidezza di pennellata notevole, una delicatezza nella descrizione delle atmosfere che andavano dalle rarefatte, soffuse alle più scure in ombra. Già si qualificava come maestro non solo del dettaglio ma del panneggio, della gestione degli sfondi e delle ampie campiture con modulazioni tonali finissime.

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Jean-François Millet – Le Spigolatrici – 1857

Nel 1857 dipinse “Le Spigolatrici”, stupenda opera dove l’attenzione di Millet si concentra sulla figura umana immersa nella luce, questa volta esterna, con le sue dissimmetrie cromatiche dovute ai riflessi delle nuvole e dei vari piani prospettici.
A tutto questo, nell’ “Angelus” di poco successivo, Millet aggiunse una maggiore intraprendenza coloristica.
Incantato dalle sfumature cromatiche che si vanno tessendo nell’etere all’ora del tramonto e che si riflettono su tutte le figure, Millet non può che cercare di trasferire questo arcobaleno di colori nascente tra le ombre della sera, su una tela.

L’opera è sicuramente suggestiva per il soggetto, i due contadini contriti nell’atto della preghiera, ma questa immobilità non può che accentuare il vortice luminoso che invade la scena, facendosi spazio là dove dovrebbe esserci solo ombra e dove invece la luce della sera soffusa e non più diretta, porta colore, riflessi, vita.

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Jean-François Millet – L’angelus (particolare) – 1857

I personaggi vengono contaminati nella penombra dal colore della luce, la blusa castana si riscalda con accenni d’arancio e giallo, il verde della camicia si mischia col luminoso giallo chiaro del cielo, il grembiule bianco-sporco si riempie di un giallo riflesso del sole che filtra oltre la materiale presenza della donna e le illumina le vesti nell’ombra, così come la ruota della carriola, il cesto, le scarpe. Tutto è contaminato nell’ora vespertina del tramonto, dal cromatismo solare, dal caldo giallo e arancio, e assume tonalità innaturali riscaldando anche i punti in cui la luce non dovrebbe arrivare.

La contaminazione cromatica dei soggetti che timidamente, nel quadro di Millet sono inzuppati del colore della luce o dello sfondo, la sovrapposizione al colore originale delle vesti con quello dei riflessi del cielo, è la grande novità da lui introdotta, una percezione innovativa dell’uso del colore che se è quasi naturale nella riproduzione di un tramonto, non lo sarà più nei successivi quadri di Van Gogh dove sarà portata all’eccesso.

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Jean-François Millet – Partorella Con Il Suo Gregge – 1863

Millet continuò per questa strada, dipinse tra gli altri “Pastorella con il suo gregge” nel 1863, fino a “Caccia Agli Uccelli Con Il Fuoco” del 1874. In questi quadri è evidente il tentativo di continuare lo studio della luce in uno stato di possibile contaminazione cromatica dei soggetti, ma non arrivò a sperimentare l’ancora più innovativa possibilità cromatica della scomposizione delle ombre, con la sostituzione dei colori naturali con altri innaturali volti ad esaltarne il calore.

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Jean-François Millet – Caccia Agli Uccelli Con Il Fuoco – 1874

Questa fu invece la questione vitale che caratterizzò tutta la vita artistica di Vincent Van Gogh, dove anche la pennellata distinta e grossa, sembra essere un modo per porre in evidenza lo studio cromatico.

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Salvador Dalì – The Angelus – 1935

Jean-François Millet, pietra miliare insostituibile.

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