Jules Joseph Lefebvre – La Verità – 1870

Jules Joseph Lefebvre – La Verità – 1870

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Jules Joseph Lefebvre – La Verità – 1870

 

Jules Joseph Lefebvre fu pittore francese (1836-1911), esponente dell’accademia intesa come particolare predilezione per la classicità della pittura.  Affascinato da Andrea Del Sarto (1486-1530), fece varie copie di suoi lavori e inizialmente ne fu inspirato, ma ben presto se ne distaccò alla ricerca di uno stile più personale.

 

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Jules Joseph Lefebvre – Rachel – 1888

 

Fu un Anacronista, in gara con Bouguereau nella conquista di un ideale primo posto sul podio dei grandi pittori suoi contemporanei. Finissimo ritrattista, dette il meglio di sé anche nei nudi femminili. Eletto membro dell’Accademia des Beaux Arts, fu anche nominato commendatore della Legion d’Honneur.

La Verità” è un quadro del 1870 di pregevole fattura, dove si avverte una ricerca tizianesca nella figura emergente dalle ombre. I contorni sono incerti, gran parte del quadro è di un cupo castano. Questa interpretazione pittorica di Lefebvre non è usuale ed è forse dovuta anche al soggetto allegorico. Lefebvre generalmente tendeva a mantenere una perfetta definizione dei contorni dei soggetti e usava una tavolozza moderatamente variopinta anche nella descrizione di ambienti in ombra.

 

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Jules Joseph Lefebvre – La Verità (particolare) – 1870

 

La verità è rappresentata come una giovane donna nuda che affiora dall’oscurità del fondale, si erge dritta , dallo sguardo fiero e sereno e posa i suoi fianchi copiosi, su cosce opulente. La luce del quadro parte dal basso, come se la verità traesse origine dalla terra e dall’acqua che si intravedono, si diffonde dalla figura e perde consistenza man mano che si avvicina alla parte alta, dove è buio pesto. Il volto è già velato dall’ombra e così il braccio che si estende nell’oscuro cielo, dove solo lo specchio sorretto dalla donna emette una luce raggiante che fa fatica a penetrare la cupezza intorno.

Particolari veramente eccellenti sono le mani della donna, che nella penombra riescono a mantenere una definizione perfettamente tridimensionale, dipinte con una minuzia di particolari considerevole che si estende fino al manico dello specchio.

 

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Jules Joseph Lefebvre – Lady Godiva – 1890

 

La trasposizione allegorica di  Lefebvre è in verità curiosa se si pensa alla disposizione dei chiaroscuri. Colpisce un cielo nero che solitamente è invece associato alla divinità e alla verità esistenziale. In questo caso, Lefebvre ci dà una visione disincantata della verità, troppo spesso sopravvalutata nell’interesse delle persone, in quanto molti non la vogliono, molti la temono.

La sua Verità fa fatica a rischiarare il suo pezzo di tela e a simbolo della lotta per farlo ha, posta ai piedi, un’armatura.

Lefebvre sembra proporci un periodo duro, dove l’oscurità pare avere la meglio. Questa sua visione pessimista è forse frutto degli avvenimenti familiari che sconvolsero la sua quieta esistenza poco prima: nel giro di pochi anni, morirono i suoi genitori e la sorella.

Avvolto dall’esistenza cupa, Lefebvre dipinge comunque la sua “Verità” salda, impassibile, ferma nell’intento di sorreggere il classico specchio dove chi si riflette  vede la realtà della propria esistenza.

 

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Jules Joseph Lefebvre – La Verità (particolare) – 1870

 

L’ultimo particolare che ci colpisce è la corda, simbolico legame con le sfere celesti, a cui la figura si aggrappa come fosse appena scesa dentro una calotta cupa dove alla luce astrale è impedito di penetrare fino a noi. E’ quindi dovuta scendere lei, appunto “La Verità”, a portarne un po’.  Lefebvre anche in questa opera si affida ad una ricercata morbidezza degli incarnati, delicatissimi, che si fondono rendendo quasi indistinguibili le pieghe anatomiche e ad un’altra costante della sua pittura che tende ad amalgamare le scene sfumando spesso i dettagli, tranne che per i visi, di solito morbidamente scolpiti, puntualmente rifiniti nei particolari.

 

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Jules Joseph Lefebvre – Maria Maddalena nella grotta

 

Jules Joseph Lefebvre, in piena rivoluzione impressionista riesce ad imporsi sulla distruzione della figura, sulla reinterpretazione della pennellata strutturante, dimostrando che lo stile accademico aveva ancora molte da dire, molti capolavori da offrire.

 

 

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