Michelangelo Buonarroti – Mosè – 1542

Michelangelo Buonarroti – Mosè – 1542

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Michelangelo Buonarroti – Mosè – 1542

 

Imponente, come solo il frutto della creatività di Michelangelo può essere, il “Mosè” si erge al centro della tomba per Giulio II° a Roma.

Fu commissionato dallo stesso papa Giulio II° e scolpito tra il 1513  e il 1515 ma finito nel 1542 ed è posto nella basilica romana di San Pietro In Vincoli. La tomba esalta questo stupendo capolavoro in marmo, mettendolo a base della candida struttura ricamata da colonne squadrate e altre statue.

Il complesso ebbe sorte travagliata: i lavori furono sospesi pochi anni dopo per mancanza di fondi. A Michelangelo, tornato a Roma per finire l’opera, fu invece commissionata la Cappella Sistina. Solo nel tardo 1545, dopo quasi 40 anni, spinto dagli eredi di Giulio II° terminò la gigantesca opera, alla veneranda età di 70 anni, ancora forte per sgretolare il marmo con le sole potenti martellate, per rifinirlo con la delicatezza di un putto.

 

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Michelangelo Buonarroti – Tomba Di Giulio II°, basilica di San Pietro In Vincoli, Roma – 1545

 

Come possono le opere di Michelangelo Buonarroti primeggiare nei confronti delle sculture più tarde? Svettare sulle  perfette creazioni dei maestri barocchi, che viste le migliori possibilità di lavorazione del marmo erano rifinite nei minimi dettagli? Sulle loro più elaborate pose, fluttuanti ed esasperate nelle composizioni?

Eppure è così. Il gigantismo michelangiolesco, la sua sapiente anatomia manierista, primeggia e lascia stupefatti, non tanto per le composizioni e l’elaborazione, quanto per la possanza, la straordinaria potenza che ancora emanano  i suoi giganti bianchi, tanto che nell’osservare i suoi colossi ci sembra ancora di sentire  rintronare nell’area la potenza dei colpi di mazzuolo.

Titanico, il “Mosè” resiste alle mode, ai nuovi stili, al tempo ed estasia, come fosse stato scolpito ieri.

Il suo insieme è magnificente. Scevro da una gabbia anatomica che possa frenare la sua arditezza, il corpo del Mosè è l’esaltazione della potenza muscolare nel suo stato di quiete, e quasi si avverte la fatica che il gigante sembra dover fare nel trattenere la potenza dei suoi muscoli, gonfiando le vene, scaricando tutto il peso del suo vigore nelle gambe possenti.

Eppure i riccioli nei filamenti della barba sono appena accennati, lontani da virtuosismi scultorei atti a cercare il facile plauso; i panneggi sono sì complessi, ma sempre per non forzare il fragile marmo, Michelangelo non ha potuto col solo mazzuolo e scalpello renderli sottili come veli , come invece poteva fare ad esempio il Bernini e li ha lasciati pesanti, d’altra parte ben intonati a tutto l’insieme.

 

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Bernini – Apollo E Dafne – 1625

 

Le mani michelangiolesche sono da sempre una gioia per gli occhi, nodose ma allo stesso tempo aggraziate, muscolari, narrative, sembrano racchiudere la forza vitale di tutta un’esistenza.

Sembra impossibile che il panneggio appena accennato in mostra sopra il polpaccio, sia così puerile, ma allo stesso tempo così appropriato, in modo da non distogliere l’attenzione dalla potente fattezza dello stinco, che come tronco di quercia secolare, sorge inattaccabile dalla base marmorea.

 

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Michelangelo Buonarroti – Mosè (particolare) – 1542

 

Questo particolare è in effetti il cardine di tutta l’opera: incorniciato dalle cascate dei panneggi , trattato con semplicità e senza esasperazioni descrittive, è quasi sintetico, eppure così perfetto e pulito nella forma.

Il Mosè incanta, sia all’interno del gruppo scultoreo, sia visto singolarmente e la discutibile anatomia non è che una esaltazione della sua potenza.

E un dubbio ci viene: sarebbe stato così fortemente attrattivo anche se Michelangelo lo avesse lasciato nella sua prima versione?

Forse no, forse la torsione accentuata della gamba e soprattutto della testa, dovutamente più contenuta, gli danno sia una maggiore visione prospettica incentrata sul gigantesco ginocchio, protagonista, sia un movimento che è forse preferibile alla staticità primordiale.

Perché, il Mosè fu cambiato.

Michelangelo, a lavori praticamente ultimati, non fu soddisfatto e decise di porre rimedio a ciò che doveva essere il suo ideale del patriarca ebraico. Ripreso lo scalpello, lavorò per diminuire la massa di pietra della gamba destra fino a farla retrocedere, dando l’idea di un movimento prossimo, ma soprattutto, riscolpì interamente la testa.

 

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Raffaello – Profeta Isaia – 1512 —— Michelangelo – Ezechiele – 1511

 

E’ probabile che la posa del “Profeta Isaia” affrescato da Raffaello nel 1512 nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma, lo abbai influenzato, ma già nel 1511 lo stesso Michelangelo aveva usato una posa simile nel dipingere il “Profeta Ezechiele” nella Cappella Sistina, mentre è altrettanto probabile che la prima versione del Mosè, fosse molto simile nella posa al severo “San Giovanni Evangelista” di Donatello del 1415.

 

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Donatello – San Giovanni Evangelista – 1415

 

Pochi artisti hanno dimostrato come Michelangelo, di avere un coraggio da leone nel coprire le sue opere di dettagli innovativi, nel cercare di esaltarne la prospettiva a discapito dell’anatomia, in statue come il David, rischiando di vanificare un lavoro ciclopico o come appunto il Mosè, anche se già terminato.

“Il marmo una volta scolpito non si rincolla”

Michelangelo da sempre ha dimostrato una padronanza di questa materia che stupisce, nei suoi pericolosi ripensamenti, nella sua bramosia di sacrificare le leggi del buon senso per arrivare allo scopo.

La visione frontale della statua può infatti rivelare una mancanza di materia, una netta curvatura della nuca sulla parte sinistra che fa riflettere.  Michelangelo nel riscolpire la testa ha dovuto avanzarla sul collo, dandogli  una curvatura eccessiva, che ha rimesso in discussione tutta la postura della schiena. Ma è nella riscultura della capigliatura posteriore che ha dovuto cercare un artificio prospettico risolutore, visto che lì, già il marmo era stato tolto.

 

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Michelangelo Buonarroti – Mosè (particolare) – 1542

 

Così, se si osserva la faccia dal davanti, la si vede ben bilanciata e strutturata in tutte le sue parti, ma se la si osserva di traverso, si ha la sensazione che il retro della testa sia troppo piccolo.

Lo scultore più famoso di tutti i tempi non poteva certo non rivelarsi all’altezza di risolvere questo problema e da difetto ne ha fatto un pregio. È inequivocabile che la struttura complessiva dell’opera assume in questo modo una forma piramidale, in cui alla possanza anatomica della base, fa riscontro una testa più minuta, aumentando ancora di più il contrasto tra le due parti e rendendolo simbolico del fatto che Mosè fu non solo un profeta, ma la base più importante di tutto il credo ebraico. Mosè è infatti il portatore delle tavole dei comandamenti, se ne vedono due, stupendamente rese nella loro piattezza, contornate e contrastate dalle curve di tutti gli altri elementi.

La testa del Mosè di Michelangelo nasconde un altro piccolo enigma, infatti può sembrare curiosa sormontata dai due cornetti ma è in verità scolpita come descritta in molte traduzioni delle sacre scritture. Non è uno strano cappellino quello che indossa il Mosè, ma sono proprio due corni. Ciò è dovuto alla errata traduzioni della bibbia in cui la parola  “corni” sarebbe invece dovuta essere tradotta con “raggi”. E’ scritto infatti che Mosè quando discese dal monte Sinai con le tavole dei comandamenti, aveva due raggi di luce sulla testa e sembra che Michelangelo, nella postuma modellazione, abbia mantenuto gli elementi descritti nella errata traduzione biblica che contribuiscono a dare slancio all’insieme.

 

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Michelangelo Buonarroti – Mosè – 1542

 

Non fu ritoccato invece il braccio destro, così vivo e dai fasci muscolari evidenti, che anche in foto fa venire voglia di toccarlo, in modo da poter accertare la sensazione contrastante che emana, di potente consistenza e aggraziata morbidezza, impossibile del marmo.

Certo fu anche questo uno dei motivi che nel racconto leggendario spinse Michelangelo, dopo aver finito l’opera, a scagliargli contro il martello gridando:

“Perché non parli ?!”

Lui fu il primo a rendersi conto di quale capolavoro avesse creato.

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