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Ade o Plutone

Ade, copia in marmo di scultura greca del  V° secolo a.C.

Ade o Plutone

La folta barba, la fronte aggrottata, i lunghi capelli fanno pensare che questa testa in marmo raffiguri Ade, il dio greco degli inferi. Probabilmente è una copia eseguita in epoca romana di un più antico modellato greco del V° secolo a.C., dove il tempo ha roso forse le finezze scultoree dei riccioli, delle ciocche, ma tutto sommato ha conservato gran parte del valore estetico originale, tranne che per il corpo, mai trovato.

Alla testa è stata aggiunto in epoca moderna un basamento che ne compone il busto e il mantello di diverso minerale.

Ade fu per i Greci il dio del regno dei morti. E’ rappresentato spesso seduto su un trono con accanto la moglie Persefone che strappò al regno dei vivi, con lo scettro nella mano e la patera (contenitore per le offerte) nell’altra e con ai piedi il cane a tre teste Cerbero. Avvolto da un velo che gli copriva la testa o da un elmo e con il mantello che lo rendeva invisibile, Ade era barbuto e freddo come lo era il suo regno. Per i romani che avevano l’abitudine di inglobare i culti degli altri popoli mischiandoli ai propri, Ade era il loro Plutone, nell’aspetto simile, con la stessa storia di rapimento della dea Proserpina, poi divenuta sua regina, ma i romani preferivano attribuirgli l’appellativo di dio ricco e identificarlo soprattutto col dio Pluto, possessore dei metalli preziosi delle  profondità della terra piuttosto che col dio degli Inferi.

Ade era temuto e deve il suo nome alla possibilità di rendersi invisibile, letteralmente “colui che si nasconde”. Altra sua caratteristica era il velocissimo carro trainato da cavalli neri di cui si servì per rapire la sua futura regina. In principio Persefone o Proserpina, fu riottosa al suo nuovo regno e Zeus cercò di riportarla a casa, si accordarono poi affinchè restasse solo sei mesi agli Inferi e il resto dell’anno ritornasse sulla terra. Da allora, ogni qual volta ritorna a casa, sua madre Cerere ricopre i prati e gli alberi di fiori e frutti per festeggiare e ne impedisce il prolificarsi in segno di lutto quando non c’è. L’accordo fu deciso tra Zeus e Ade affinchè non ci fossero guerre ma non è da escludere che la novella sposa non disdegnasse il fatto di essere regina anche se del regno dei morti, piuttosto che una semplice dea.      

Rembrandt – Ratto Di Proserpina – 1632

Narrano i poemi greci di Ade, del suo regno, di quegli eroi che vi discesero ancora vivi per ricevere i vaticini dalle anime morte. Il regno di Ade o Plutone che dir si voglia, era in verità molto diverso dall’Inferno inteso in senso moderno, da quell’antro così ben descritto da Dante in cui le anime dannate finivano malauguratamente dopo aver vissuto in maniera peccaminosa a scontare le loro pene . Il regno dei morti era per Romani e soprattutto per i Greci freddo, evanescente, rarefatto, popolato di spettri senza sostanza, dove immutevoli i trapassati continuavano il loro esistere senza una meta, uno scopo, un tormento, un corpo. Nell’Averno non c’era il dolore delle punizioni corporale perchè non c’erano corpi, il peggior Inferno per i popoli antichi era appunto l’assenza di sensazioni, dolori, gioie, sentimenti, un inutile gelo penetrava ovunque senza lasciare scampo ad alcuna anima, dannata o pura che fosse. Il regno di Ade accoglieva tutti i trapassati, buoni o cattivi che fossero, mancavano all’appello solo coloro che gli dei avevano voluto con sé sull’Olimpo come Ercole e pochi altri o che avevano portato nei Campi Elisi dove c’era una sorta di Paradiso. Non di rado abbiamo letto nei poemi greci di qualche dio che trasformò la sua amante in una costellazione, un animale o una pianta, sappiate che quello che per noi può sembrare una punizione, per loro era un modo per strapparli al gelo eterno dell’Ade.

L’assenza di vitalità era per i Greci il peggior modo di continuare ad esistere e questo era il loro vero Inferno.

Moltissime rappresentazioni del Dio degli Inferi fanno riferimento al mito del rapimento di Proserpina o Persefone, tra le più famose ci sono “Il Ratto Di Proserpina” di Gian Lorenzo Bernini del 1622 e  quella dipinta da Rembrandt nel 1632.  

Pubblicato da McArte

Michele Maioli

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