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Pieter Paul Rubens – L’Unione Dell’Acqua E Della Terra – 1618

Pieter Paul Rubens – L’Unione Dell’Acqua E Della Terra – 1618

Pieter Paul Rubens – L’Unione Dell’Acqua E Della Terra – 1618

Una festa per gli occhi è questo quadro di Pieter Paul Rubens, “L’unione Dell’Acqua E Della Terra“, olio su tela di 222×180 cm.

Dipinto nel 1618, fa parte della lunga serie di suoi quadri mitologici, spesso rivisitazioni di artisti rinascimentali di indubbia fama o sue creazioni ispirate a racconti. Rubens studiò moltissimo i pittori italiani ma ne trasse uno stile completamente diverso, più libero, più colorato, più gioioso, con una pennellata più fluida e corposa. Il suo periodo temporale è il Barocco e le costruzioni vorticose, piene di personaggi e oggetti non lasciano adito a dubbi.

I soggetti sembrano svolazzare leggeri anche se sempre corpulenti  e rotondi, l’aria è rilassata, la condizione emotiva è gioviale. Ogni suo quadro sembra appunto una festa, un convitto, un tripudio, una testimonianza felice di un evento. Anche in questo, la carne rilassata della dea ci introduce a un lieto evento da celebrare, appunto l’unione allegorica tra Terra e Acqua: la dea Cibele, nuda, porta in dono una cornucopia ripiena di frutti, fiori e fogliame, quale simbolo di fecondità a cui si aggregano anche animali, l’altro, incarnato in un Nettuno anziano ma prestante con in mano il tridente, reca in dono oltre che la sua possanza, un’anfora dove sgorga limpida acqua quale risorsa di vita. Vicino al fiume, un tritone sguazza, suonando in una conchiglia della musica beneaugurante e già si intravede il futuro di tale unione, nel proseguo della cascata d’acqua al centro, paiono infatti materializzarsi due gioiosi pargoli.

Pieter Paul Rubens – L’Unione Dell’Acqua E Della Terra (particolare) – 1618

L’opera è stata letta anche come allegoria della città di Anversa e il fiume Scheldt  che in quel periodo era  bloccato nell’accesso al mare.

Il pezzo pregiato di tutta l’opera è la schiena del dio marino che con la potenza della tensione muscolare si regge in una posa che presuppone un imminente movimento. Tutto il quadro prende vita dal presupposto rumore dello scorrere del fiume ai piedi del dio, dalla composizione floreale all’altro lato che con la sua complessità bilancia il movimento e l’attenzione dell’occhio. La dea rilassata, gode di tanta magnificenza e vitalità, mentre quale prova di mutuo consenso, si stringono le mani.

Dai riccioli biondi dei putti al fiotto d’acqua che scorre, Rubens non si risparmia di deliziarci con schizzi di colore dati in punta di pennello, che assieme al luccichio della variegata vegetazione, contrastano il levigato corpo della dea dove invece il pennello dipinge placido e si riposa. Unico appunto a tanta magnificenza è proprio il soggetto centrale forse troppo scontato nella fattura, da cui subito l’osservatore è saziato e viene costretto a vagare verso tutti i protagonisti che però, ripiegati su se stessi, non lo catturano mai definitivamente.

C’è un vuoto, si avverte  l’assenza di un culmine, forse proprio in quella mano che non sfoggia nessun anello ma solo labile promessa, come se tutta l’opera fosse preludio augurale di qualcosa che poi non avverrà, inganno qual è anche preannunciato dall’altra mano della dea, nascosta. Infatti la possibilità di usare il fiume Scheldt fu ostacolata per lungo tempo ancora, nel 1648 fu definitivamente chiuso con il trattato di Munster fino al 1863, decretando la disgrazia di Anversa e l’ascesa di Amsterdam.    

C’è però un altro motivo per cui Rubens avrebbe dipinto quella mano della dea nascosta. Se la dea Cibele è in questo caso l’allegoria della città di Anversa, bisogna sapere che il nome della città risale ad una leggenda.

Pieter Paul Rubens – L’Unione Dell’Acqua E Della Terra (particolare) – 1618

Si narra che ci fosse stato un gigante di nome Antigoon che pretendeva un tributo dai barcaioli nei pressi della città, a chi non pagava, avrebbe tagliato una mano e l’avrebbe gettata nel fiume. Secondo alcuni storici infatti Anversa avrebbe il significato di “mano da gettare”.

Quale modo migliore allora di rappresentare la città se non di dipingere una donna con una mano nascosta?

Rubens conosceva bene le storie della sua Anversa e nel 1618 ne ha voluto fare un quadro, all’apparenza semplice ma in verità assai complesso, un augurio per la sua città, ma già mentre dipingeva la gioiosa scena , probabilmente immaginava che non si sarebbe realizzata e anche questo suo sentire è filtrato nel quadro e ne fa parte.

                     

Pubblicato da McArte

Michele Maioli

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