
Ottone Rosai, dal Futurismo al Fascismo
Ottone Rosai (1895 – 1957) fu un artista controverso, rapito fin da ragazzo dalla voglia di vivere intensamente che lo portò ad azioni e scelte estreme, fino alle più distruttive.
Nato a Firenze figlio di falegname, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti seguendo la sua forte inclinazione ma ne venne espulso presto per il comportamento troppo vivace. Proseguì gli studi da autodidatta facendo la conoscenza di quelli che poi divennero maestri della pittura, tra cui Ardengo Soffici (1879 – 1964) e nel 1914 aderì al Futurismo.

All’inizio del secolo scorso furono molti i pittori affamati di vita che si convertirono agli ideali teorizzati da Marinetti, il Futurismo spopolava tra i giovani artisti che poi sempre per la smania di essere lì, dove le cose accadevano, si arruolarono volontari nell’Esercito Regio per combattere nella Prima Guerra Mondiale.
L’ideale Futurista non era solo una corrente poetica, artistica, pittorica, era uno stile di vita, il voler uscire dagli schemi con slanci coraggiosi, sfidando il destino, fino ad andare oltre la propria incolumità ma anche questa volta, come sempre quando il nazionalismo e gli ideali di una destra estrema hanno troppo spazio, questo focoso vortice sfociò in quella che fu definita la Grande Guerra perché mai tante nazioni vi avevano partecipato e poi, visto che ce ne fu una seconda, fu chiamata la Prima Guerra Mondiale.

Molti pittori futuristi non tornarono dalla guerra e soprattutto molti dopo non ne vollero più sapere, né della guerra, né di quella nuova corrente che nasceva sulle ceneri futuriste: il Fascismo. I virgulti di questa nuova corrente volevano proseguirne le gesta, invece le tradirono nei suoi dettami fondamentale di onore, libertà e coraggio, esaltando l’apparenza invece che la sostanza, riportando una intera nazione alla tragedia, una generazione all’annientamento, imbarcata in guerre senza avere i mezzi per vincerle, che non cercavano l’annessione di territori del suolo italico ma la conquista di terre oltre il mare mai veramente concretizzatasi.
Anche Rosai si arruolò volontario e tornato dalla Grande Guerra combattuta gloriosamente, non si integrò nella società civile, invece vide nel nascente Fascismo un’altra avventura, una scelta che lo portò a far parte degli squadristi.

Iniziò un periodo di fortuna artistica, che però non faceva intravedere la sua adesione al regime, i suoi quadri, tranne rari casi (“I Muratori” 1949), erano infatti non l’esaltazione della patria e del lavoro, voluta dai politici ma scorci di vita comune, i suoi famosi muri bianchi, le case chiare e voluminose erano placidi e tranquilli nelle penombre fiorentine e le curve delle strade in lieve salita portavano sempre al paese come fosse su una serena via che porta finalmente a casa.

Rosai più che l’ardente sentimento futurista esprimeva la calma dannunziana di ex combattente, ispirato ai paesaggi di Cesanne, lontano dai suoi primi quadri cubisti e destrutturati che rappresentavano l’annuncio dei corpi in movimento sullo stile di Balla e Boccioni.
Nonostante divenne illustratore di riviste di regime, non poteva restare per troppo tempo fedele a ideali che non rappresentavano quelli della sua formazione e quando anche l’anticlericalismo professato da Mussolini venne meno con i Patti Lateranensi, le sue proteste lo misero in cattiva luce fino all’esclusione del regime con accuse infamanti di omosessualità.

Inizia un periodo particolare per Rosai che nonostante fosse stato aggredito dai partigiani nel 1943, nel 1944 nasconde il partigiano Fanciullacci, ricercato e torturato per il delitto del politico fascista Giovanni Gentile.
Uno stravolgimento di ideali dove l’unica cosa che potesse esprimere tutto il disappunto per l’una e per l’altra fazione fu il suo commento sulle imprese di Fanciullacci:” Bella impresa uccidere un povero vecchio”.
Rosai continua la produzione di paesaggi integrati con quella di scene di vita e soggetti che ne riveleranno la sua passione omosessuale.

Le sue linee decise e schematiche, le figure scure tra le case in ombra, sono la caratteristica della sua pittura.
Sono di questo periodo i corpi nudi maschili che con velocità riporta sulla tela. Come talvolta accade, l’esaltazione estrema delle qualità maschili aveva sprigionato in lui una predilezione per il proprio sesso che soprattutto politicamente gli portò guai, testimoniata anche dalla totale assenza di figure femminile nella sua produzione artistica. Per ovviare a questo problema almeno di facciata, si sposò ma mantenne le sue frequentazioni proibite.
La carriera artistica decolla negli anni ’30, e nel ‘42 gli viene assegnata una cattedra all’Accademia di Belle arti di Firenze.
Negli anni ’50 la sua fama varca i confini nazionali con varie personali in molte città centro europee.

Muore per un infarto al culmine della sua carriera, dopo aver esposto alla Biennale di Venezia del ’56 e mentre stava preparando un’altra personale.
La fortuna postuma di Ottone Rosai è stata grande, molte sono state le personali organizzate negli anni a venire, di lui restano anche le pubblicazioni di alcuni libri e la corrispondenza, ma soprattutto una vita vissuta intensamente sempre sopra le righe e fuori dagli schemi che contrasta notevolmente con quei suoi paesaggi, dalle tinte pastello, dalla pennellata fluida, come di un’era incantata presente ormai solo nella sua mente.
